G.B. SHAW: si usa uno specchio di vetro per guardarsi il viso;

si usano le opere d’arte per guardarsi l’anima.

 

Ho incontrato Corona: era un quadro. Non un paesaggio, ma un connubio singolare di dolcezza e di forza. Era una nitida scansione di spazi e di tempi. Un gioco provocatorio, irreale e avvincente. Bello!

Ho incontrato Corona: era Giampaolo. Uomo di spalle quadrate e grossi pugni, ma di sensibilità inusitata. Nel vederlo e sentirlo ho pensato alla risposta di Kent a Re Lear nel dramma shakespiriano, come perfetta per lui: “che professione fate? faccio professione di non essere da meno di quel che sembro”.

Corona ha la ventura di nascere tra le due guerre e di essere testimone del fascismo e del conflitto bellico. A Bassano del Grappa studia al Liceo. A Bologna all’Università di ingegneria, decisione dovuta più agli indirizzi paterni che a sue scelte personali.

Bologna, però, si rivela determinante per la sua maturazione sociale culturale e artistica. Conosce e stringe amicizia con artisti che hanno segnato la pittura del novecento: Guttuso, Treccani, Pizzinato e Murer e scrittori come Tomizza.

Forti sono le reciproche influenze,   feconde le intuizioni che ne nascono.

Ma Corona, pur imbevendosi di contaminazioni futuriste – per la dinamicità ai suoi quadri - cubiste, per i volumi spigolosi che connotano terra e cielo, uomini e donne  ed espressioniste per la rivelazione di un cromatismo vivace, innaturale, quasi dissonante - permane un’artista diverso, distinto, combattente, sognatore e testimone di un suo pensiero originale.

Il suo è un linguaggio elegante, sviluppato con un codice cromatico vivace dagli accostamenti sconosciuti, con scomposizione degli spazi in un gioco sottile e ricercato di chiari e scuri, di colori puri, caldi e freddi. Il colore, infatti, in lui è forza, è altezza, è profondità; è lo squillo di tromba e il tocco dell’arpa; è il continuo contrasto tra lieve e stridente che genera forme e linguaggi narrativi.

Volutamente tre colori, con i loro significati reconditi, albergano sulle sue tele: il rosso, il colore per eccellenza, duale,  affascinante e bruciante come le fiamme di Satana, ma anche il colore del sangue di Cristo; il giallo, l’estrano, l’apolide quello di cui si diffida, votato all’infamia, il colore della veste di Giuda; il blu, un tempo misconosciuto come colore, poi associato alla luce del cielo che è divenuto il colore della Vergine e dei Re.

Le sue opere beneficiano nella composizione del suo spiccato senso dell’ordine e della misura. Sono masse geometriche, volumi proporzionati, tributi alla regola di Paul Cèzanne secondo il quale bisogna riprodurre la natura con il cilindro, la sfera e il cono messi in prospettiva.

Quando Corona si accosta alla figura umana essa compare nella sua frammentata composizione, come in un gioco o in una magia dal formulario arcano. Segni marcati ne sondano la psicologia, e scavano  come a ricercarne l’intimo profondo, la nascosta personalità. Intriganti e belli i suoi nudi femminili.  

 E ciò anche perché preciso è il suo disegno che staglia le forme con un tratto deciso e sciolto, risalta i volumi, gioca sull’ombra e la luce, suggerisce l’essenza dell’oggetto del quadro.   

I paesaggi donano il senso della forza e della potenza, tanto da essere simili a sommovimenti geologici: così, ampie distese di verde e di fiori si trasmutano in lastricati di rari marmi e pietre colorate da dove si dipartono grandi cieli bianchi, grigi ed azzurrini, come un annuncio di infinito.

Un semplice  albero assurge a  metafora della forza della natura: c’è il vento catturato tra i suoi rami, una vela la sua chioma  e forze mitologiche in esso racchiuse.

I suoi quadri sono anche uno sforzo comunicativo che induce lo spettatore a quardarli con occhi stupiti, ad individuarne lati dell’essere non immaginati, a ricostruirne il reale. Egli, infatti, conosce la lezione di Klee secondo cui l’arte non riproduce il visibile, ma lo crea.

Non possono mancare neppure i messaggi dell’impegno sociale e della lotta politica,  perché sono l’immediata espressione della sua personalità. Il nichilismo, ora tanto di moda, il più inquietante di tutti gli ospiti, è perciò bandito dalle sue tele.

  L’arte è soprattutto un’avventura della mente, nel nostro caso della bella mente artistica di Giampaolo Corona.

 

Alpago, Luglio 2010

Avv. Erminio Mazzucco